ANDRà TUTTO BENE – VAI A LAVORARE

Andrà tutto bene

produci e consuma

andrà tutto bene

piega la testa

andrà tutto bene

copri la faccia

andrà tutto bene

chiudi la bocca

andrà tutto bene

leggi il decreto

andrà tutto bene

vai a lavorare.

Andrà tutto bene

vai a lavorare

leggi il decreto

chiudi la bocca

copri la faccia

piega la testa

produci e consuma

andrà tutto bene

produci e consuma.

PER lUC ANTOINE.

L’intelligenza collettiva, della massa? Superiore, amico caro

a quella individuale, foss’anche un premio Nobel.

La mente della massa, amico mio, intuisce e vince;

quella singolare, foss’anche d’un gran genio,

svia, fuorvia, corrompe e tradisce.

Il potere mentale della massa è così forte, caro – schiaccia e avanza,

schiaccia e avanza, avanza e schiaccia. Non lo senti? Non lo accogli in te?

Abbraccia l’impetuoso inceder della massa, o mio protetto

e ascolta le tenere parole di quest’angelo custode che ti rimbocca il letto.

Concediti, o mente fragile, o individuo miserabile! Affidati alla massa

lasciati circondare, avvolgere, lasciati cullare

da sonni sereni qui, ora, promessi; da sonni a mente spenta

e a celato viso, lasciati calmar

dai rischi ridotti al lumicino, dalle ansie sciolte in paradiso.

Quegli altri amici, quelli là, non eran veri:

non sapevan sposar bene le idee coi desideri. La massa

li ha scansati e non schiacciati: pietà sempre verrà da noi

per i ribelli, se sono amici tuoi. Lasciamo che scompaiano ancor vivi.

Che il potere dell’intelligenza sia da oggi sempre e solo collettivo,

che lo Stato di massa onesto e franco avanzi e schiacci

mentre il presunto ed egoista genio

sia gettato, poveraccio, tra gli avanzi

della patetica Storia dei presunti “liberi” vestiti oggi di stracci,

della Storia che non ricorderem, di quelli che

altro non eran che miseri egocentrici, convinti di saper pensar da sé.

(Alberto Cassone, 2020)

LIbertà è interpretazione

“Libertà è partecipazione”: ma quanto mi piace

quel che dice Gaber: quanta verità in questa canzone!

M’ispira così tanto che mi rende un uomo audace:

traslocherò dunque, al più tardi domani

in un Paese lontano, senza corruzione

un Paese libero, ben organizzato, ove regnano sani

valori, giuste leggi; in altre parole

un Paese aperto, un Paese migliore;

ove partecipare

finalmente

potrò.

O me! O vita!

O, me! O, vita! In tali domande ricorrenti,

in sterminati cortei di miscredenti, in città di pazzi gremite,

in me stesso, che perpetuamente rimprovero me stesso (chi infatti più pazzo di me, chi più miscredente?),

in occhi che bramano vani la luce, in scopi meschini, nel sempre rinnovato dimenarsi,

negli scarsi risultati ottenuti in tutto questo, nelle avide folle che intorno a me vedo arrancare,

nei vuoti e inutili anni degli altri, con gli altri io aggrovigliato,

la domanda, o me! così triste, che ricorre – cosa c’è di buono in tutto questo, o me, o vita?

 

Che tu sei qui – che la vita esiste e l’identità,

che il potente dramma continua, e tu puoi contribuire con un verso.

 

……………………………………….

 

Oh me! Oh life! of the questions of these recurring,

Of the endless trains of the faithless, of cities fill’d with the foolish,

Of myself forever reproaching myself, (for who more foolish than I, and who more faithless?)

Of eyes that vainly crave the light, of the objects mean, of the struggle ever renew’d,

Of the poor results of all, of the plodding and sordid crowds I see around me,

Of the empty and useless years of the rest, with the rest me intertwined,

The question, O me! so sad, recurring—What good amid these, O me, O life?

 

  Answer.

 

That you are here—that life exists and identity,

That the powerful play goes on, and you may contribute a verse.

 

(Walt Whitman, Leaves of Grass, ed. 1892)

L’indonnato

Introduzione:

 

dal Vocabolario Treccani (edizione speciale per la Libreria 2009), pagina 801:

“indonnarsi”: farsi signore, impadronirsi.

 

Prima parte

 

La terza guerra mondiale terminata,

i maschi occidentali avevano infine

ceduto il passo. Corrotti dalla prima,

dalla seconda demoralizzati,

il colpo di grazia dalla terza era arrivato.

Dominavano le donne, fresche, forti, audaci

i maschi si sentivano inferiori e come tali

esse li vedevan, mentre Saffo

sorrideva trionfante tra le classi dominanti:

finanza, politica, tecnologia, cultura – solo donne

vi lavoravano, grintose e liberate, le quali

fondata la loro Repubblica

artificialmente (a pagamento)

si riproducevano.

Qualche uomo “d’altri tempi”

era però rimasto: pochi, a dire il vero

ragion per cui la rivolta delle banche

del seme fallì miseramente: troppi maschi temevan

di perder quella pur misera fonte

di sostentamento, troppo pochi dunque

si ribellarono a quell’indegno sfruttamento.

I maschi più oppressi erano i mammi

ovvero uomini a umili mansioni

e temporanee addetti:

badavano ai pupi di mamme abbandonate

mentr’esse cercavano una compagna nuova;

appena trovata, eran dimessi.

Però Algirdo, un mammo differente

era straordinariamente intelligente;

di lui dicevano – udite, miscredenti! –

ch’addirittur s’era indonnato: l’intelligenza emotiva

aveva infatti persino sviluppato. Ma uomo forte e grande

era tuttavia rimasto: ragion per cui

non pensava solo a sé, bensì

una rivoluzione preparava, che tra i sessi

riportasse l’eguaglianza,

la giustizia sociale e abolisse finalmente

le maledette banche del seme.

Trovare altri maschi abbastanza intelligenti

e dotati di autostima sufficiente per lottar

per una causa apparentemente persa

non pareva facile, per nulla; per cui

prima di tutto si rivolse alle tre donne a capo

dei tre gruppi femminili semi-clandestini

in quanto dissidenti.

 

Seconda parte

 

   La prima, Maddallahena, lo deluse:

era a capo d’un gruppo d’oltranziste cattislammormone

il cui motto reazionario era il seguente:

“ai Maschi la Storia, alle Femmine il Cuore”.

Algirdo non voleva al passato ritornar, il suo scopo

era onesto e sacrosanto: ristabilir la parità.

La seconda, Marga Tacce (detta Mata Riha)

nella massoneria

era implicata; faceva il doppio gioco (in quanto grande amica di femmine potenti)

per cui Madrebenevola, ossia il programma suo

di recupero dei maschi

apparve ad Algirdo maternalista e arrogante.

L’ultima e terza, Bella Laika, come Algirdo

desiderava riesumar l’amor eterosessuale

tra le pratiche ben viste

in società; solo a tal fine

ambiva però a ridar potere e forza ai maschi. In fondo,

lei e le sue seguaci (dette Bellelaike) non miravan

che a riscoprire quei piaceri – a nulla più.

L’Indonnato decise di concentrarsi, pertanto, sul compito più duro: il reclutamento di maschi di valore.

 

Terza parte

 

I mammi non indonnati – ossia, tutti i mammi tranne Algirdo – erano uomini privi di qualsiasi capacità, intellettuale o pratica, con l’eccezione di poche competenze professionali specifiche. Non potendo, perciò, cercare tra i suoi colleghi, l’Indonnato fece in modo di ottenere delle informazioni utili da alcune donne con cui aveva lavorato e con le quali era rimasto in contatto. Mantenendole all’oscuro del progetto di rivolta, sfruttò la sua intelligenza emotiva per porre loro alcune noncuranti domande mirate all’individuazione di maschi arruolabili. Le inconsapevoli femmine si lasciarono sfuggire parole di ammirazione – o perlomeno di rispetto – per alcuni uomini da esse incontrati, o semplicemente notati, nel corso della loro vita adulta. Per Algirdo fu poi un gioco da ragazzi rintracciare tali individui; né fu una sorpresa scoprire, in ciascuno di loro, un sentimento di inquietudine, insoddisfazione, disagio; e ancora un gioco da ragazzi si rivelò la sua trasformazione di quel disagio in un desiderio di rivincita, di quell’insoddisfazione in una grande voglia di insubordinazione. Parlando separatamente con ognuno, riunendoli poi in gruppo – non erano che dodici, i maschi individuati -, Algirdo li mise gradualmente al corrente del proprio progetto, usando le parole e i modi giusti per far sì che l’insubordinazione in loro appena risvegliata prendesse una strada costruttiva, la strada della rivoluzione politica e non quella della violenza fine a sé stessa.

Inevitabilmente, Algirdo divenne il capo del neonato gruppo di ribelli; non gli piaceva esserlo – stonava con il suo progetto egualitario – ma alla fin fine era stato lui a scovarli e a riunirli; non aveva senso rischiare che, in assenza di una chiara leadership, gli altri uomini finissero per dividersi a causa delle loro naturali differenze di mentalità e di visione, mettendo così a rischio la buona riuscita della rivolta. Un collante era necessario, e la loro nobile causa comune non era, probabilmente, sufficiente: l’Indonnato riteneva che, oltre al fattore ideologico, fosse necessaria la presenza di un collante umano. Ma la sua superiorità mentale gli aveva suggerito di condividere queste riflessioni con i dodici ribelli, ai quali aveva pertanto spiegato le ragioni per cui essi avessero bisogno di un capo; naturalmente, li trovò entusiasticamente d’accordo, e altrettanto naturalmente li ascoltò lieto mentre lo acclamavano leader indiscusso. Scelto come nome del gruppo L’Indonnato e la Banda della Dodicesima, non restava loro che passare all’azione.

 

Quarta parte

 

Il primo passo compiuto dagli I.B.D. per il recupero della parità tra uomo e donna e per l’abolizione delle banche del seme fu una campagna psicologica contro il cinema di Jolly Dude. Mentre ai tempi di Hollywood, molto prima della terza guerra, il cinema d’azione aveva donato ai maschi l’illusione di rivivere quelle esperienze e quelle emozioni che da secoli ormai nella realtà quotidiana non provavano più, nella nuova epoca della Repubblica il cinema era divenuto un potente strumento nelle mani delle donne, tutto dedicato alla rappresentazione dei maschi di un tempo (un tempo che rimaneva indefinito e in cui i maschi non erano stati ancora pienamente sottomessi) come Jolly Dudes, ossia come uomini deboli, insicuri, sessualmente non orientati in modo del tutto chiaro e, soprattutto, allegri – eternamente allegri, superficialmente allegri, falsamente allegri, allegri nell’intento disperato di dissimulare le proprie incertezze e fragilità. Gli I.B.D. utilizzarono l’ascendente di cui godevano presso le loro altolocate conoscenze femminili per insinuare, giorno dopo giorno, gravi dubbi sulla verosimiglianza storica di quelle pellicole. In breve tempo, le donne socialmente più influenti si convinsero che i fenomeni narrati dal cinema di Jolly Dude non avevano alcun riscontro nella realtà passata, che i metrosexuals non erano mai esistiti e che l’assenza di virilità dei maschi moderni non si era sviluppata gradualmente per ragioni genetiche, bensì improvvisamente, come un fenomeno culturale del tutto eccezionale – il che ne rendeva ai loro occhi concepibile, per la prima volta, la reversibilità.

Gli I.B.D. non si limitarono ad agire, gramscianamente, su un piano culturale; la seconda mossa dettata da Algirdo e bene accolta, naturalmente dopo lo svolgimento di una regolare discussione, dai suoi dodici seguaci fu infatti di natura sociopolitica, consistendo nella creazione di una lunga serie di sindacati segreti di categoria, come ad esempio la CCM (Confederazione Clandestina dei Mammi), l’UCPIWCP (Unione Clandestina dei Pulitori ed Igienizzatori di servizi igienici Pubblici), l’ACDS (Associazione Clandestina dei Donatori di Seme), la CBLS (Confederazione Bidelli, Lavapiatti e Spazzini); per ultimo, fu creato un sindacato generale, naturalmente anch’esso segreto, che all’occasione poteva riunire tutte le altre associazioni di maschi lavoratori: il GSLM (Grande Sindacato della Liberazione Maschile).

L’Indonnato, da buon realista, sapeva bene che, prima o poi, sarebbe arrivato il triste momento in cui l’uso della forza si sarebbe mostrato necessario; ma, da pacifista illuminato quale anche era, per il momento preferiva costruire delle basi solide, basi sulle quali lui e la sua Banda della Dodicesima (che per brevità spesso assumeva tra i suoi membri un nome più semplice: i Dodici) avrebbero potuto successivamente muoversi per sferrare un rapido attacco. Pertanto, lavorava sulla psicologia, sulla cultura e sui rapporti socio-professionali, per garantire al suo programma di sovversione un avanzamento sicuro e silenzioso, impercettibile e allo stesso tempo inarrestabile.

I Dodici erano d’accordo con la sua strategia.

 

Quinta parte

 

Era necessario, prima di iniziare a programmare il colpo di stato, attendere che almeno le prime crepe iniziassero a mostrarsi nella società femminile della Repubblica. L’azione congiunta dei sindacati segreti sul luogo di lavoro e degli I.B.D. in società non tardò a sortire degli effetti incoraggianti. Le datrici di lavoro si spaccarono in due correnti di pensiero: da una parte, le fautrici di un netto miglioramento delle condizioni professionali dei maschi; dall’altra, le conservatrici. Nel tempo libero, l’élite repubblicana raramente riusciva, ormai, a organizzare una serata durante la quale sia le chiacchiere in piedi a tu per tu che i discorsi condivisi in piccoli gruppi a tavola non finissero per scivolare su quell’argomento: la situazione dei maschi, la discriminazione di cui erano vittime, le ragioni storiche, genetiche e culturali della supremazia femminile e la legittimità o illegittimità etica di tale predominio.

Il punto chiave – le banche del seme – rimaneva ancora tabù, ma Algirdo non aveva dubbi: era solo una questione di tempo. A preoccuparlo molto di più era un altro problema: la carenza, al di fuori dei suoi fedeli Dodici (ad alcuni dei quali era stato anche assegnato il ruolo di leaders dei sindacati segreti), di maschi colti, informati, forniti di senso civico. In tali condizioni, non sarebbe stato un problema organizzare il golpe e portarlo a termine con successo; ma cosa sarebbe accaduto dopo? Non esisteva il rischio, nel ristabilire la parità tra uomini e donne conservando il vigente sistema politico rappresentativo, di creare una società in cui il prestigio sociale e la legittimazione a governare, associati sia alle donne – tutte – che agli uomini – inevitabilmente, però, solo ai pochissimi tra loro di livello superiore – sarebbero stati violentemente contrastati, in quanto discriminanti, dalla massa ignorante dei maschi da Algirdo stesso liberati e promossi? Quale tipo di suffragio andava dunque concepito per una tale comunità?

Non c’era tempo per le speculazioni. Bisognava lavorare, ogni giorno, per il futuro – un futuro di libertà ed eguaglianza.

Tre anni dopo l’avvio delle attività dei sindacati segreti, quattro dopo la nascita degli I.B.D., undici dopo la rivolta delle banche del seme e ventisei dopo la fine della terza guerra mondiale, un tardo mattino di gennaio, l’Indonnato ricevette la notizia: un gruppo di parlamentrici della Repubblica aveva presentato al Comitato centrale, il pomeriggio precedente, un rapporto dettagliato sulle condizioni igieniche nelle banche del seme, unitamente a una riflessione della celebre scrittrice Sottana Samarita, intellettuale dotata di indiscussa autorità morale nel settore della bioetica. La sua riflessione aveva un tono allo stesso tempo amaro e intransigente: la situazione andava risolta al più presto, ma non ci si poteva fermare lì: bisognava dare avvio a un processo di ripensamento complessivo della gestione dei mezzi di riproduzione femminili. Citando in più passaggi il filosofo antico Karl Marx, Sottana Samarita ne riprendeva le rivoluzionarie analisi della questione dei mezzi di produzione nella società industriale del XIX secolo, aggiornandole alla luce dei dilemmi del presente: la gestione dei mezzi di riproduzione doveva essere privata, o statale?

L’artista non metteva assolutamente in discussione i mezzi stessi (la riproduzione delle femmine – e dei maschi, inevitabilmente – avveniva solo attraverso le banche del seme, gestite dalle donne e per le donne: gli uomini erano i fornitori ed esse le beneficiarie); si limitava a farne una questione di proprietà. Statale, o privata? Era questa la sua domanda, la risposta essendovi implicita: la proprietà collettiva delle banche del seme avrebbe eliminato sia i problemi igienici che quelli etici. Secondo Algirdo, le conclusioni tratte dalla Samarita erano superficiali, persino sciocche; ma non gli importava, perché quel mattino di gennaio comprese come la grande occasione fosse finalmente arrivata. Se la proposta della scrittrice fosse stata accolta dal Comitato centrale e dal Parlamento – e non v’era motivo di dubitarne, visto il suo prestigio – prendere lo Stato avrebbe significato prendere le Banche. Stava per arrivare il momento di pianificare un attacco.

 

Sesta  e ultima parte

 

Il j’accuse di Sottana Samarita, come previsto, non rimase inascoltato: nel giro di un anno e pochi mesi, le banche del seme furono nazionalizzate. Lo Stato moderno aveva infine raggiunto il suo estremo limite di sviluppo: esso generava i propri Cittadini. La cosa non inquietava affatto il Comitato centrale repubblicano né le prestigiose intellettuali intorno a esso orbitanti, ma la formazione umanistica (perfezionata – da quando aveva smesso di fare solo il mammo e si era dedicato a progetti sovversivi – attraverso la lettura di testi proibiti, rimediati anche grazie alle sue conoscenze negli ambienti della dissidenza femminile) di Algirdo lo rendeva estremamente sensibile a questo genere di problematiche; ed egli pensò di usare la questione per avviare una furente campagna di propaganda ideologica antigovernativa. I Dodici furono d’accordo.

La campagna durò, nella sua forma virulenta, solo alcuni giorni, ma il suo effetto principale fu quello di portare allo scoperto la struttura clandestina creata e gestita dagli I.B.D. e il ruolo fondamentale in essa svolto dall’Indonnato; la Repubblica reagì tiepidamente agli attacchi ideologici, mentre le donne più influenti proposero di legalizzare tutti i sindacati dei maschi (fatta eccezione per quello generale – il Grande Sindacato della Liberazione Maschile) e di offrire importanti ruoli dirigenziali ai Dodici. La proposta di legalizzazione fu pienamente accolta e realizzata nel giro di pochi mesi; Undici dei Dodici accettarono gli incarichi offerti – e la questione si spense lì.

…………………

Algirdo sono io. Inutile perseverare nella dissimulazione. Sono trascorsi trentatré anni da quell’entusiasmante ma fallimentare campagna, la mia Banda non c’è più e i miei amati sindacati sono divenuti organi del PD (il Partito delle Donne).

La Repubblica, trentuno anni fa, si è sciolta: poco dopo la fine della nostra campagna ideologica erano sorti dei movimenti spontanei per la liberazione dei maschi, guidati da individui rozzi e violenti ai quali non me la sentii di dare pieno supporto. Tacqui, fui accusato di irresponsabilità da una parte, di tradimento dall’altra; i movimenti si unificarono (sotto il nome di LMDD, Libero Movimento delle Dieci Dita, per via dei sonori schiaffoni a doppia mano che rifilavano ai loro oppositori) rafforzandosi così a vicenda, arrivarono a minacciare l’ordine pubblico e resero “necessaria” l’adozione di misure “straordinarie” di sicurezza.

Oggi il PD, nato in quell’occasione, ci controlla tutti. Il suo Comitato Centrale ha ereditato i poteri del vecchio Comitato centrale repubblicano. Io non faccio più il mammo – per l’età, ma soprattutto perché, durante quella campagna, ero venuto – come detto – allo scoperto. Mi era quindi stato offerto un posto in Parlamento, come Indipendente Indonnato, ma naturalmente non l’avevo accettato. Le ingiuste accuse di irresponsabilità mi avevano dato il colpo di grazia. Nessuna donna mi aveva più chiamato per essere aiutata con i suoi figli; per campare, divenni scrittore di raffinati racconti pornografici eterosessuali per il mercato sotterraneo dei libri proibiti.

Mi disprezzo per tutto questo, sono avvilito dal mio fallimento umano e politico; non passa giorno in cui non mi chieda dove abbia sbagliato.

Sono anziano, sto per morire. Nessuna speranza mi sopravviverà. La sottomissione dei maschi è destinata a durare per secoli. Se penso a con quale facilità Undici dei miei Dodici si vendettero, al culmine della nostra battaglia, a quel governo ipocrita e corrotto della Repubblica, quasi mi convinco che noi maschi ci meritiamo in pieno lo Stato totalitario e il partito unico di oggi. Le nostre condizioni oggettive non sono poi molto peggiorate, in realtà – anche perché renderle più pesanti era difficile; d’altra parte, né i maschi divenuti dirigenti né i sindacalisti entrati nel PD sono riusciti a far nulla che le potesse migliorare.

Sono state le donne, tutto sommato, a rimetterci di più, nel passaggio dalla libertà alla tirannide. Il Parlamento, è vero, è rimasto; ma ha perso ogni funzione reale. Si potrebbe anche cambiargli il nome, a questo punto: “Ciarlamento” sarebbe perfetto (oh, amara, impotente ironia di un vecchio!)

Chissà che cosa combinano, adesso, e se ancora esistono, quei movimenti dissidenti femminili che avevo conosciuto da giovane. Le Bellelaike… che ridere. Ma dovrei ridere di me, invece. Avrei dovuto essere più rilassato, quando le conobbi; magari avrei potuto persino allearmi con loro. Certo non avrei ottenuto nulla, politicamente, ma almeno mi sarei goduto un po’ quegli anni. Ormai è tardi. Lasciatemi, dunque, fischiettar vecchio e demente, biascicar sovrappensiero, prima di addormentarmi sul divano, davanti alla televisione:

 Undici dei Dodici, si vendettero.

Undici dei Dodici, sì.

Undici, dei Dodici…

 

(Alberto Cassone)

Nella valle del silicio

Nella valle del silicio (musica di Angelo Branduardi, testo di Alberto Cassone)

 

Sulla costa del west

nella valle, le finestre papà mi comprò.

 

E venne la mela, da Giobbe Stefano

lanciata a rompere le finestre

che nella valle papà mi comprò.

 

Sulla costa del west

nella valle, le finestre papà mi comprò.

 

E venne una zucca, dal borgo di Marco

che ingoiò la mela, da Giobbe Stefano

lanciata a rompere le finestre

che nella valle papà mi comprò.

 

Sulla costa del west

nella valle, le finestre papà mi comprò.

 

E un bel pezzo di ceffo, con un’amazzone

che tagliò in due la zucca, dal borgo di Marco

che ingoiò la mela, da Giobbe Stefano

lanciata a rompere le finestre

che nella valle papà mi comprò.

 

Sulla costa del west

nella valle, le finestre papà mi comprò.

 

E giunse coperto di brina il motore

scompaginò i capelli del bel pezzo di ceffo

e dell’amazzone che tagliò in due la zucca,

dal borgo di Marco che ingoiò la mela,

da Giobbe Stefano lanciata a rompere

le finestre che nella valle papà mi comprò.

 

Sulla costa del west

nella valle, le finestre papà mi comprò.

 

E così il cervello

papà mi rovinò.

 

E infine i mandarini

socialisti

con l’ayatollah che spensero il motore

coperto di brina che scompaginò i capelli

del bel pezzo di ceffo

e dell’amazzone che tagliò in due la zucca,

dal borgo di Marco che ingoiò la mela,

da Giobbe Stefano lanciata a rompere

le finestre che nella valle papà mi comprò.

 

Sulla costa del west

nella valle, le finestre papà mi comprò.

 

E così il cervello

l’ayatollah mi salvò.

Pauravirus 2001 – 2020

Ci tengono sotto scacco.

Ci tengono sotto scacco con la paura.

Ci tengono sotto scacco con la paura degli attentati.

Ci tengono sotto scacco con la paura degli attentati e del fallimento.

Ci tengono sotto scacco con la paura degli attentati e del fallimento e delle malattie.

Ci tengono sotto scacco con la paura degli attentati e del fallimento e delle malattie e dei poveri.

Ci tengono sotto scacco con la paura degli attentati e del fallimento e delle malattie e dei poveri e dell’isolamento.

Ci tengono sotto scacco con la paura dell’isolamento e dei poveri e delle malattie e del fallimento.

Ci tengono sotto scacco con la paura dell’isolamento e dei poveri e delle malattie.

Ci tengono sotto scacco con la paura dei poveri e delle malattie.

Ci tengono sotto scacco con la paura delle malattie.

Ci tengono sotto scacco con la paura.

Ci tengono sotto scacco.

Ci tengono – e noi ci teniamo?

Ci tengono – e noi ci teniamo a dire?

Ci tengono – e noi ci teniamo a dire BASTA?

Sì, ci teniamo a dire BASTA!

Sì, ci teniamo PER MANO

 

(Alberto Cassone, 2020)