L’alfalberto

Mi chiamo Alberto e il mio alfabeto

è un poco strano. Fa così:

 

a è una delle preposizioni

(a parer mio, ha troppe funzioni)

b è un prefisso che raddoppia

(non mi serve il bilocale: il troppo stroppia!)

c è un pronome personale

(se ci ci piace, che c’è di male?)

d: una preposizione ancora

(che anche di domenica lavora).

 

E, essenziale congiunzione

(ha una sola funzione e ciò mi sta benone)

f, una lettera forse un po’ fifona

(perché non di frequente essa risuona)

g, è il verbo “andare” in perugino

(“ha da gi giù ndo’ è git Gigino”)

h, solo lettera e non suono, ma piuttosto influente

(pensa a quella c, che con lei suon diversamente).

 

I è un articolo plurale

(i nomi maschili, senza, si determinano male)

l, con l’apostrofo, come articolo o pronome

(l’italiano l’usa molto, in entrambi i come)

m, anch’essa con l’apostrofo, è pronome personale

(m’hanno apostrofato in modo tale, che m’han fatto stare male)

n e una e fanno un ulterior pronome

(né si può tacer che, con l’accento, ne puoi fare congiunzione).

 

O anche è congiunzion, ma disgiuntiva

(che tu lo voglia o no, la rima arriva)

p da sola non fa niente, ma doppia è assai fluente

(sai, s’impara a far pipì prima d’imparar la p)

e se la incontri in Grecia, non ha cattivo odore

ma un maschio è divenuta e conta numeri per ore;

q: sempre con u, e poi vocale ancor, starà

(qui è un esempio, là c’è un altro esempio: qua).

 

R è nelle guerre, ma forse è anche un prefisso

(le guerre senza dubbio si ripeton troppo spesso)

s è un sussurro, una possibilità

(e se me lo dirai, con due s tu dovrai)

t è un atono pronome, in una canzone sta da dio

(atono e non stonato ti ho appena detto io!)

 

U no, lo so, non è un numero, però

uno scherzo ne fa numero… o articolo, boh…

(in russo la u è una preposizione

ma è in italiano, lo so, questa canzone)

v è un altro pronome se la dici con la i

(ma pure con la u, vi ricordo, si può dir)

z sta alla fine, ma nulla finisce mai

con la z, tranne l’alfabetoz… ma dai!

 

Mi chiamo Alberto, e il mio alfalberto

è un po’ diverso… e io mi ci diverto.

Fra’ Cassone

Questa è la storia di un frate molto buffo

un poco santo, ed un bel po’ pesante;

dai suoi capelli unti spiccava sempre un ciuffo

e di prediche, ne predicava tante.

 

Di cognome faceva lui “Cassone”

e il suo nome nessuno lo ricorda;

la sua lingua sempre pronta alla concione

ma la sua testa alla pietà era un po’ sorda.

 

I convenuti alle prediche, seccati

dopo un’ora gli tiravan scatolette;

ma Fra’ Cassone, il più abile fra i frati

le parava e poi le scassava a fette.

 

Però testardi erano anche i convenuti

che passavan senz’indugio a scatol… oni

imprecando e ridendo come bruti:

“rompi anche questi, dopo i nostri …oni!”

 

Il Fra’ Casson senza timore intercettava

gli scatoloni in volo verso la sua testa;

a pezzettini in un istante li spaccava

continuando a concionare a lingua lesta.

 

Il suo vocion era assai fenomenale

e unendosi a quel rompersi di scatole

a ogni orecchio uman faceva così male

che del fracasso suo ne nacquero poi favole.

 

Un giorno un tale, veramente esasperato

una sfilza di casse di legno gli lanciò:

una lo colpì, ne restò quasi ammazzato;

ma sulla sua capoccia

quella cassa

si scassò.